Newsmercoledì 15 marzo 2017 17:24

Azzardo di 'ndrangheta

Gli arrestati avevano messo su alcune società per la distribuzione di video lottery e con la scusa di proporre i contratti per l’installazione delle macchinette si offrivano di prestare denaro a tassi di usura (di Cristina Porta)

Gli uomini della squadra mobile di Genova, questa mattina, hanno eseguito a Lavagna (Genova) quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere con l'accusa di contiguità alla cosca calabrese Rodà-Casile.

L'indagine, coordinata dalla DDA di Genova,  denominata 'Conti di Lavagna 2', è il seguito di quella che lo scorso giugno aveva portato all'arresto di otto persone, tra cui l'allora sindaco di Lavagna, Giuseppe Sanguineti, l'ex parlamentare Gabriella Mondello, oltre che  al sequestro di beni immobili e società per decine di milioni di euro.

In manette era finito anche Paolo Nucera, considerato il referente della locale di Lavagna.

Nel blitz scattato all'alba di oggi, invece, due ordini di custodia cautelare hanno raggiunto i fratelli Francesco Antonio e Antonio Rodà, già in carcere da giugno a seguito della prima parte dell'indagine, oltre a  Paolo Paltrinieri e Alfred Remilli.

I reati contestati sono, a vario titolo, usura ed estorsione aggravata dall'uso del metodo mafioso, spaccio di stupefacenti, intestazione fittizia di beni e riciclaggio.

Numerosi anche i sequestri patrimoniali, tra immobili, quote societarie, auto  di grossa cilindrata e numerosi depositi bancari ritenuti provento dell'attività illecita.

I nuovi accertamenti hanno permesso di individuare un giro di usura ed estorsione. Dalle indagini sono emersi prestititi usurai che superavano il 120% e se la vittima non riusciva a pagare veniva minacciata e picchiata e infine obbligata a cedere le quote dei locali.

Gli arrestati avevano messo su alcune società per la distribuzione di video lottery e con la scusa di proporre i contratti per l’installazione delle macchinette si offrivano di prestare denaro a tassi di usura. Infatti, il business delle video lottery serviva per reinvestire il denaro e insieme per favorire il contatto con i ristoratori e offrirsi di prestare denaro.

In un caso, un prestito da 150 mila euro, pagato in contanti, doveva essere restituito raddoppiato. Almeno  una decina i casi di usura accertati dagli investigatori.

Una mafia ricca, pericolosa, subdola, quella che negli anni ha preso piede in Liguria e in questo caso a Lavagna. Una malavita che in qualche modo si è integrata con il tessuto sociale, che lo ha saputo sfruttare a suo vantaggio e soprattutto ha saputo infiltrarsi nell'economia sana e nella politica. Quella stessa politica locale che con l'ndrangheta ha stretto patti scellerati per acquisire pacchetti di voti.

All'indomani della prima tranche dell'inchiesta, nonostante il sindaco avesse dato le dimissioni con il conseguente scioglimento del consiglio comunale, era stata nominata la Commissione d'accesso, che ha avuto il compito di verificare eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata all'interno dell'ente territoriale, tutt'oggi commissariato. Ora, sarà il ministro dell'Interno a decidere le sorti del comune.

“Il quadro delineato da questa seconda fase – ha spiegato il sostituto procuratore Alberto Lari – è il naturale completamento della prima parte dell’indagine che a breve a questo punto sarà chiusa e denota che si tratta di una mafia non povera che guadagna, lucra e acquista beni di pregio”.

La prima fase dell'indagine aveva fatto emergere un quadro criminale rivolto alla gestione dei rifiuti oltre che al condizionamento elettorale. Infatti, al centro dell’inchiesta risultavano favori elettorali, reati ambientali, una gestione illecita e allegra di rifiuti. Le risultanze investigative sono chiare, hanno portato alla luce tutti gli aspetti. I rapporti con gli imprenditori, con la politica, la capacità di condizionare il voto, facendo eleggere i loro referenti. La capacità di infiltrarsi anche nel tessuto sociale, che non ha saputo o voluto sviluppare anticorpi. Il tutto usando sempre lo stesso metodo: quello delle intimidazioni. Per cui difficilmente si denuncia, per paura.

Cristina Porta

Ti potrebbero interessare anche: