venerdì 21 aprile 2017 18:49

Cronache dalla zona grigia: lo Stato lascia solo l’uomo che si ribellò alla 'ndrangheta in Liguria

La strada che porta alla Ligur Block è uno sterrato che si arrampica per tre chilometri tra i pini di Balestrino, in provincia di Savona. Danneggiata dagli uomini e poi devastata dall’alluvione, questa pista di roccia e polvere oggi sembra il greto di un torrente e fa ancora più paura di quando i camion della ditta la percorrevano rischiando di non arrivare mai a valle (di Mimmo Lombezzi)

Per Rolando Fazzari, il titolare della Ligur Block, che produce mattonelle autobloccanti per l’edilizia e oggi rischia il fallimento, quella strada è da anni un calvario, un cammino lastricato di paura e di dolore.
Alto e forte come gli eroi di Omero, Rolando può essere definito “l’Edipo della ‘Ndrangheta”, perché si è giocato la serenità con una doppia ribellione: contro il padre Francesco e contro uno dei clan più potenti che la ‘ndrangheta abbia mai piazzato in Liguria e nel nord Italia.
Per capire l’origine della sua storia bisogna percorrere un altro sterrato da incubo, quello che a Borghetto S.Spirito, porta alla “Cava dei veleni”. Nel 1992, un frana fece scoprire 12.500 barili di rifiuti tossici interrati vicino al bosco. La cava era gestita da Francesco Fazzari, il padre di Rolando e il capo di una famiglia vicina - secondo gli inquirenti - alla cosca Raso-Gullace-Albanese. Francesco Fazzari era anche suocero del ‘vicerè’ di Toirano Carmelo Gullace, agli arresti domiciliari (per 416 bis)
in una splendida villa che domina il paese, mentre la consorte Giulia Fazzari è in carcere per l’inchiesta “Alchemia”.
Dopo un’indagine durata 10 anni, Francesco morì prima della fine del processo, mentre il figlio Filippo fuggì in Spagna, inseguito da una condanna per disastro ambientale. La bonifica dei veleni costò ai contribuenti 20 miliardi di vecchie lire. Accanto alla cava oggi c’è ancora, abbandonata, la villa della ‘famiglia’ Fazzari.
Rolando aveva rotto i rapporti con il padre e con il clan molto tempo prima, quando a 16 anni, in Calabria, gli avevano messo in mano una pistola ordinandogli di uccidere. “Quel mondo io lo conosco, ci sono cresciuto – mi disse in un’intervista per Rete4 - e so che ha due sole vie d’uscita: il cimitero o la prigione”.
La ribellione è costata cara. Emarginato completamente nello sfruttamento della cava dove sorge la Ligur Block - cava finita sotto il controllo della famiglia Gullace – Rolando riceve da anni ‘messaggi’ molto espliciti: un capretto decapitato oppure una croce di ferro lasciati all’ingresso della ditta, oppure dozzine di massi scaricati di notte sulla strada.
La ferita più dura è stata la morte del figlio Gabriele (18 anni) ucciso nel 2012 da una frana, mentre manovrava un escavatore. Gabriele ammirava la scelta del padre e spesso, anche a sua insaputa, raggiungeva l’azienda di notte per verificare che i macchinari non fossero stati distrutti, per evitare al padre di fare la strada della paura. Grazie alla “distrazione” degli enti locali, i parenti-serpenti di Fazzari non hanno mai messo in sicurezza la cava e, quando lui si è offerto di farlo a sue spese, gli è stato negato il permesso, sino al giorno in cui la frana ha ucciso Gabriele. Se l’Italia fosse paese normale, se la Liguria non avesse avuto tre comuni sciolti per mafia, Rolando Fazzari sarebbe considerato un eroe e avrebbe al fianco le istituzioni invece è da solo. Quando le piogge di novembre hanno distrutto la strada che porta alla cava paralizzando la Ligur Block, Fazzari ha chiesto l’intervento del comune di Balestrino, ma la risposta è stata: “ARRANGIATI”…
Questa incredibile storia oggi è raccontata ne “LA STRADA DELLE CONVERGENZE INDICIBILI” di Christian Abbondanza, il blogger più volte minacciato di morte che ha fondato il sito “Casa della Legalità” e che da anni denuncia le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Liguria.
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“Nella sua prima vita Carmelo Gullace è considerato un operativo delle cosche", spiegano Matteo Indice e Marco Grasso autori dello strepitoso saggio ‘A meglia parola, Liguria terra di ‘ndrangheta’. "È indagato per un omicidio, è indagato per un sequestro di persona, accusa dalla quale uscirà in maniera miracolosa grazie a una testimonianza apparsa misteriosamente durante il processo, dopodiché inizia la sua seconda vita quando si trasferisce nel ponente ligure, dove gestisce in prima persona traffici di droga milionari e per questo viene arrestato in Francia durante un’altra indagine. Nella sua terza vita accede a quella dimensione manageriale che lo farà finire in una retata inerente agli appetiti dei clan sui cantieri della Tav”.

Mimmo Lombezzi

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