Inchieste10 luglio 2017 07:40

Patti indicibili, da Teardo a Scajola

Il primo, e unico, presidente di Regione arrestato per 416 bis è stato quello della Liguria dal 1981 al 1983. Il suo nome era Alberto Teardo. Furono giovani magistrati savonesi, come Michele Del Gaudio e Francantonio Granero, che misero in scacco il “clan” di quel potente politico massone, iscritto alla P2

Patti indicibili, da Teardo a Scajola

Nella ragnatela di potere criminale, fatta di logge coperte sparse nella Liguria di ponente, emergevano alcune figure che - indicheranno anche le inchieste più recenti - avevano avuto anche un altro battesimo, oltre a quello massonico: il battesimo della 'ndrangheta.
Vi erano gli uomini della cosca Gullace-Raso-Albanese nel savonese e quelli della “locale” di Ventimiglia, quali attori protagonisti. In Liguria fu la politica ad aprire le porte alla 'ndrangheta. Voti in cambio di soldi, concessioni e appalti. Un patto spudorato, quasi alla luce del sole. Le imprese che non si piegavano alle pretese degli uomini del clan Teardo divenivano vittime di attentati, mentre le imprese degli uomini della 'ndrangheta acquisivano appalti e concessioni. Dalle cave all’edilizia, alla costruzione delle case popolari. Era la fine degli anni '70. Dopo quell'inchiesta su Teardo - che lo vedrà poi condannato per associazione a delinquere - furono i magistrati promotori delle indagini ad essere isolati.
Loro lasciarono la Liguria, non la massoneria collusa, non la 'ndrangheta e non quella pratica di voto di scambio che, anzi, si perpetua e perfeziona da allora, in un contesto dove i conflitti di interesse proliferano come gli “uomini cerniera” nei panni di professionisti & consulenti. Le scelte urbanistiche, la gestione del ciclo dei rifiuti, le cave e gli appalti, come concessioni e licenze, o la gestione di servizi, sono state la merce di scambio tra politici ed amministratori pubblici con gli esponenti delle famiglie mappate come nuclei 'ndranghetisti operanti in Liguria. Spesso attraverso l'intervento di società pubbliche, altre volte attraverso la sinergia con grandi imprese o con le cooperative. Uno scambio in cui è la politica a cercare pacchetti di voti controllati dalle cosche, così come le imprese e cooperative vanno a cercare i “servizi” a basso costo offerti dalle 'ndrine, in particolare con le truffe nelle pubbliche forniture o con lo smaltimento di rifiuti o terre inquinate. La 'ndrangheta, anche in Liguria, non fa distinzioni di colore politico e sempre più non punta solamente sul cavallo vincente.
Nel 2000 emergevano le manovre delle famiglie legate ai Rampino ed ai Gullace-Raso-Albanese, con i prima linea i Mamone, per sostenere alle regionali il centrodestra.  Cinque anni dopo, nel 2005, sosterranno, per l'elezione del nuovo Presidente della Regione, il centrosinistra guidato da Burlando. Nel 2010 la 'ndrangheta diversificava il sostegno nelle diverse circoscrizioni elettorali e, tra i sostenuti, spiccava anche l'assessore all'urbanistica di Arenzano che si candidava alle regionali con l'Italia dei Valori di Di Pietro nella coalizione di Burlando.
Nelle amministrative lo scenario cambia da Comune a Comune e, nel tempo, cambiano le “preferenze” delle famiglie di 'ndrangheta. Da Ponente a Levante della regione, nei Comuni, grandi o piccoli che siano, la 'ndrangheta appoggia uno o più candidati.
Se, ad esempio, nel ponente sono soprattutto gli uomini di Claudio Scajola che risultano maggiormente legati alla ragnatela della 'ndrangheta, vi sono realtà in cui tutto cambia e sono altre forze politiche (come la Lega, il Pd ed anche il M5S) che si turano il naso e accettano determinati, indicibili patti. Il conto, alla fine, lo presentano a chi vince, per ottenere ciò che era stato promesso, ed anche a chi ha perso, perché deve garantire acquiescenza.
La 'ndrangheta, come Cosa Nostra a Genova, dove è ancora fortemente radicata, non si limita ad inquinare il voto. Inquina gli equilibri interni ai partiti. Iniziarono con il Psi negli anni Ottanta e poi avanti con gli altri. Il Pci e poi i
suoi eredi (Pds, Ds, Pd) non sono rimasti indenni, soprattutto nelle roccaforti “rosse”. La vecchia Dc come la Margherita. Forza Italia e Pdl come l'Udc e Fli. La Lega come anche il M5s. Esempi concreti sono lì, sotto gli occhi di tutti.
Dalle intercettazioni di un'inchiesta della Guardia di Finanza di Genova emergeva che vi era un “pacchetto” di 600 tessere che si passano da partito a partito per far vincere, negli equilibri interni, in occasione dei congressi, gli uomini compromessi con i clan. Alle elezioni Primarie della nuova stagione del centrosinistra, i voti portati dalle cosche non determinano vincitori e vinti. Esponenti delle famiglie di 'ndrangheta, però, te li ritrovi iscritti ai diversi partiti. Li ritrovi visibili nelle strutture tradizionali dei partiti, come nei comitati elettorali, così come anche nei meetup e gruppi dei cinquestelle. Alcuni li ritrovi tra chi ha responsabilità di primo piano nelle organizzazioni politiche o sindacali. Nella Liguria del nuovo millennio gli uomini della 'ndrangheta, in molteplici realtà locali, definiscono direttamente anche chi deve essere candidato.
Su tutti i casi documentati dalle molte inchieste dell'antimafia, significativi risultano i casi di Vallecrosia e Lavagna (ultimo comune ad essere sciolto per mafia proprio alla fine di marzo), dove per comporre le liste si chiedono indicazioni agli uomini che sono noti per appartenere alla 'ndrangheta.
Una penetrazione perversa ma scientificamente perseguita che permette, inoltre, di far affidare nomine ed incarichi di responsabilità precise a funzionari, dirigenti, come anche a professionisti esterni, amici delle cosche, che così renderanno servizio all'interno della Pubblica Amministrazione, ma a vantaggio di quello stesso “sistema criminale” che dai tempi di Teardo continua a persistere e che, oggi, ha nuovi terreni di azione: su tutti, la sanità e le energie rinnovabili, e le grandi opportunità dei finanziamenti europei.

Mario Molinari per La Repubblica

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