Mezza politicamercoledì 09 agosto 2017 12:34

Crisi finita: ma per chi?

Oggi i ricchi festeggiano la fine della recessione. Ma i poveri come stanno? (di Franco Astengo)

I dati sono tratti dal report: OXFAM BRIEFING PAPER GENNAIO 2017 (rielaborazione del curatore) 

9 agosto 2007: quel mattino uno scarno comunicato della Bpn – Paribas formalizzava ciò che tutti già sapevano annunciando: “ la liquidità sui mercati è evaporata”. 

Iniziava ufficialmente la crisi cosiddetta dei “subprime: in quel momento Fed e BCE intervennero d’urgenza con un’iniezione di contanti da 125 miliardi in 24 ore (86 milioni al minuto). 

Si verificarono comunque “danni collaterali”: dal fallimento della Lehman and Brothers, la crisi violenta di Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo (salvate da 535 miliardi di aiuti), c’è stata la bancarotta dell’Islanda, Europa e USA hanno salvato le banche mettendo sul piatto 5.900 miliardi. 

Il British Journal of. Psychiatry ha calcolato che nel frattempo 10.000 persone si sono suicidate per motivi economici. 

Oggi a 10 anni di distanza i ricchi celebrano la fine della crisi (per quel che riguarda l’Italia in questo periodo la disponibilità di reddito è calata del 10% e le sofferenze delle banche sono salite dai 15 miliardi di euro del 2007 ai 77 attuali). 

La domanda però che dobbiamo rivolgerci è questa: chi ha pagato i costi del festeggiamento “fine crisi” da parte dei ricchi? 

Ecco alcuni abbozzi di risposta colti qua e là sulla rete. 

 Da qualche anno ormai il Forum Economico Mondiale ha identificato nella crescente disuguaglianza economica la maggiore minaccia alla stabilità sociale..

Da allora, nonostante i leader mondiali abbiano sottoscritto tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, anche quello di riduzione della disuguaglianza, il divario tra i ricchi e il resto dell’umanità si è allargato.

 Non si può continuare di questo passo. 

La crisi globale della disuguaglianza prosegue senza tregua.

Dal 2015 l’1% più ricco dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta. 

Oggi otto persone possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità. 

Nei prossimi 20 anni 500 persone trasmetteranno ai propri eredi 2.100 miliardi di dollari: è una somma superiore al PIL dell’India, Paese in cui vivono 1,3 miliardi di persone. 

Tra il 1988 e il 2011 i redditi del 10% più povero dell’umanità sono aumentati di meno di 3 dollari all’anno mentre quelli dell’1% più ricco sono aumentati 182 volte tanto. 

Un Amministratore Delegato di una delle 100 società dell’indice FTSE guadagna in un anno tanto quanto 10 000 lavoratori delle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh. 

Negli Stati Uniti, secondo le nuove ricerche condotte dall’economista Thomas Piketty , negli ultimi 30 anni i redditi del 50% più povero sono cresciuti dello 0% ,mentre quelli dell’1% più ricco sono aumentati del 300%. 

In Vietnam la persona più ricca del Paese guadagna in un solo giorno più di quanto la persona più povera guadagna in 10 anni. 

Mentre i redditi degli alti dirigenti, spesso pagati in azioni, sono aumentati in maniera vertiginosa, le retribuzioni dei lavoratori e produttori hanno registrato incrementi minimi e in alcuni casi sono diminuite. 

L’Amministratore Delegato della più grande azienda informatica indiana guadagna 416 volte il salario medio di un impiegato della sua compagnia. 

Negli anni ’80 i coltivatori di cacao ricevevano il 18% del valore di una tavoletta di cioccolata, mentre oggi spetta loro soltanto il 6%. 

In casi estremi, per mantenere bassi i costi di produzione si ricorre al lavoro forzato o alla riduzione in schiavitù. 

L’Organizzazione Mondiale del Lavoro stima che i lavoratori forzati siano 21 milioni e che generino annualmente profitti pari a 150 miliardi di dollari. 

Tutte le maggiori aziende mondiali produttrici di abbigliamento sono in qualche modo legate ai cotonifici indiani che ricorrono abitualmente al lavoro forzato femminile. 

I lavoratori soggetti alle retribuzioni più basse e alle condizioni di lavoro più precarie sono prevalentemente donne e ragazze. 

In tutto il mondo le grandi imprese comprimono sempre più il costo del lavoro facendo sì che i lavoratori e produttori lungo le loro filiere ricevano una fetta sempre più sottile della torta: ciò acuisce la disuguaglianza e riduce la domanda tra Paesi per la concessione di agevolazioni ed esenzioni fiscali o di aliquote più basse. 

Le aliquote fiscali sugli utili d’impresa si riducono ovunque nel mondo e questo fenomeno, insieme alle sempre più diffuse pratiche di abuso fiscale, minimizza il volume di imposte pagate da molte grandi imprese. 

Si ritiene che nel 2014 Apple abbia pagato lo 0,005% sui propri profitti generati in Europa. 

A causa degli abusi fiscali i Paesi in via di sviluppo si vedono sottrarre ogni anno 100 miliardi di dollari. 

Miliardi di dollari vanno persi nei vari Paesi a causa di tregue ed esenzioni fiscali, e chi ne soffre maggiormente le conseguenze sono le persone più povere in quanto più dipendenti dai servizi pubblici che questi miliardi perduti avrebbe potuto finanziare progetti di sviluppo.

Il Kenya, per esempio, perde ogni anno 1,1 miliardi di dollari a causa di esenzioni fiscali concesse alle imprese, il che equivale a quasi il doppio della spesa sanitaria in un Paese in cui le donne hanno 1 probabilità su 40 di morire di parto. 

Che cosa genera questo comportamento da parte delle imprese? 

I fattori scatenanti sono due: la ricerca di profitti a breve termine per gli azionisti e l’ascesa del “ capitalismo clientelare ”. 

In molte regioni del mondo l’attività delle grandi imprese mira a un unico obiettivo :massimizzare i compensi degli azionisti. 

Ciò significa non soltanto massimizzare i profitti a breve termine ma anche versare una quota sempre crescente di tali profitti ai proprietari delle imprese stesse. 

Nel Regno Unito la quota di profitti percepita dagli azionisti nel 1970 era del 10% mentre oggi è pari al 70%. 

In India tale quota è più modesta ma sta crescendo rapidamente e in molti casi è già superiore al 50%. 

I compensi sempre crescenti percepiti dagli azionisti favoriscono i ricchi (la maggioranza degli azionisti appartiene infatti agli strati sociali più abbienti) accentuando la disuguaglianza..

Gli investitori istituzionali, quali i fondi pensione possiedono partecipazioni societarie sempre più esigue : nel Regno Unito, per esempio, i fondi pensione erano titolari trent’anni fa del 30% delle azioni sul mercato mentre oggi ne possiedono soltanto il 3%. 

 Ogni dollaro di profitto versato agli azionisti delle società è un dollaro che avrebbe potuto essere impiegato per pagare di più i lavoratori e i produttori o per versare le tasse, oppure investito in infrastrutture o innovazione. 

Come documentato da Oxfam nel suo rapporto “Un’economia per l’1 %” le società operanti in vari settori (finanziario, minerario, tessile, farmaceutico ecc.) usano il proprio enorme potere e la propria influenza per far sì che le normative e le politiche nazionali e internazionali siano formulate in modo da garantire loro una redditività costante. 

Per esempio, compagnie petrolifere hanno svolto un’intensa attività di lobbying in Nigeria assicurandosi generose esenzioni fiscali. 

Anche il settore tecnologico, un tempo considerato relativamente “pulito” ,è sempre più soggetto ad accuse di clientelismo. Alphabet,la holding cui fa capo Google, è diventata uno dei maggiori lobbisti a Washington mentre in Europa conduce continue trattative aventi per oggetto normative anti-trust e fiscalità d’impresa. 

 Il capitalismo clientelare va a beneficio dei ricchi, cioè di coloro che possiedono e gestiscono le grandi società, a discapito del bene comune e della riduzione della povertà. 

Le piccole imprese invece lottano per far fronte alla concorrenza e i comuni cittadini finiscono per pagare di più per beni e servizi, perché devono fare i conti con i cartelli e il potere di monopolio delle grandi imprese e con i loro stretti legami con i governi (nel nostro piccolo è proprio il caso della CONSIP). 

In Messico Carlos Slim, il terzo uomo più ricco al mondo, controlla circa il 70% di tutta la telefonia mobile e il 65% di quella fissa , per un valore pari al 2% del PIL. 

 L’analisi dei super ricchi condotta da Oxfam analizza tutti gli individui con un patrimonio netto di almeno 1 miliardo di dollari. 

1.810 miliardari della lista Forbes 2016 , 89% dei quali sono uomini, possiedono 6.500 miliardi di dollari : tanto quanto il 70% meno abbiente dell’umanità . 

Da tenere presente che i super ricchi hanno denaro da spendere per le migliori consulenze finanziarie relative ai propri investimenti, tanto che dal 2009 in poi le loro ricchezze sono aumentate in media dell’11% annuo. Tale tasso di accumulazione è di gran lunga più elevato di quello ottenibile dai comuni risparmiatori. 

Se i miliardari continuano a garantirsi rendite di tale livello ,tra 25 anni potremmo vedere il primo “ trillionaire ” al mondo , un individuo in possesso di un patrimonio superiore agli 1.000 miliardi di dollari. In queste condizioni , chi è già ricco deve fare una notevole fatica per non arricchirsi molto di più. 

Le enormi fortune riscontrabili all’estremità più in alto della piramide della ricchezza e del reddito sono la prova evidente della crisi della disuguaglianza e costituiscono un ostacolo nella lotta alla povertà estrema. 

I super ricchi non sono però soltanto gli innocui beneficiari di una crescente concentrazione di ricchezza; al contrario, sono coloro che la perpetuano attivamente . 

Ciò avviene ad esempio attraverso gli investimenti.

Potendosi annoverare tra i principali azionisti (specialmente di private equity e hedge funds), gli esponenti più ricchi della società si avvantaggiano enormemente della deferenza verso l’azionista che plasma i comportamenti delle imprese. 

In conclusione, come affrontare questo stato di cose giunto ormai a un livello intollerabile? 

Il punto risiede ancora una volta nell’individuare l’attualità delle grandi contraddizioni sociali riferendovi un progetto politico.

 Qualche tempo fa si era proposto di aggiornare il tradizionale quadro di riferimento elaborato da Lipset e Rokkan negli anni’80, se pensiamo alla contraddizione di genere, a quella ambientale, al peso dell’innovazione tecnologica sulle comunicazioni di massa incidente al punto, come già si è accennato, dall’aver modificato la relazione storicamente considerata “classica” tra struttura e sovrastruttura.

Il tema di un rinnovamento d’identità su queste basi va rilanciato con grandissima forza integrandolo all’interno di un disegno politico complessivo di cui dobbiamo recuperare gli elementi portanti di idealità, progettualità, organizzazione.

Serve una visione politica complessiva, non ridotta alla tecnica ma estesa all’analisi delle condizioni materiali del capitalismo oggi che abbiamo ben viste estrinsecate nei dati indicati in precedenza e delle conseguenze sociali e politiche che immediatamente derivano dalla condizione concreta determinata dall’arretramento storico che ci troviamo a dover fronteggiare.

Tutto ciò mentre i ricchi festeggiano la “fine della crisi”. 

Franco Astengo

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