Ambientemercoledì 13 settembre 2017 19:03

Un ciclista tra i pini marittimi

Mi domando se i pini di Corso Tardy e Benech siano “sfortunati”, oppure se si tratti solo di una loro reazione per la sopravvivenza, una estrema ma legittima lotta per frantumare il manto soffocante costruito dagli uomini. Se così fosse, perché gli uomini, quelli titolati e colti in botanica non provano a rimuovere le probabili cause del problema - l'asfalto - anziché eliminare le vittime - i pini?

Dopo alcuni mesi di ipotesi contrapposte, studi, prove di trazione e 2 tagli, per i 59 pini marittimi di Savona in Corso Tardy e Benech, è stata emessa la sentenza definitiva: abbattimento e sostituzione in tempi medio brevi.

Tuttavia permangono vivissime e molto diffuse perplessità e per capire meglio la situazione reale, sospesa tra eliminazione (causa pericolosità) e mantenimento (con opportuni adattamenti), mi sono avvalso delle dirette osservazioni connesse alle mie escursioni in bicicletta tra Savona e Finale. Numerosi sono i percorsi alberati con pini marittimi, diversamente distribuiti sui territori delle città, lungo i 30 km della riviera, dove ho potuto visionare con attenzione oltre 300 alberi di taglia analoga ai 59 di Savona.

Il primo dato di fatto, persino un po' sorprendente, è che sono tutti in ottime condizioni e le loro radici sono regolarmente interrate, salvo qualche raro affioramento e solo di modesta entità.

La seconda constatazione è che soltanto quelli condannati di Savona sono soffocati da un manto di asfalto stradale ininterrotto, mentre tutti gli altri, in modo più o meno esteso, sono circondati da terreno libero, talvolta erboso e quindi con le radici in condizione di respirare e di ricevere l'acqua piovana, a cominciare dai numerosi altri pini di Savona, di piazzale Amburgo e nei parchi pubblici.

Stessa situazione ottimale, per sintetizzare, si riscontra verso Porto Vado, sul prato del capo di Bergeggi, alla vecchia stazione e nel parco interno di Spotorno, senza dimenticare il lungomare di Finale. Analogo riscontro, infine, vale anche per una cinquantina di pini marittimi, nell'area antistante l'aeroporto di Genova. In negativo invece, sempre a Savona, si possono osservare le poche decine di alberi “spacca sassi” anch'essi attualmente in lotta contro l'asfalto lungo via Stalingrado.

A questo punto, per onestà intellettuale, devo dichiarare di possedere solamente elementari nozioni di botanica empiricamente ricavate dalla frequentazione dei boschi di differenti tipologie e da qualche sporadico studio teorico.

Quindi non sono in grado di trarre conclusioni definitive, tuttavia non conosco casi di alberi piantumati nel terreno le cui radici non tendano ad affondare in profondità, salvo che siano impedite da strati rocciosi immediatamente sottostanti.

Ho constatato tutto ciò spesso nei boschi, ma non mi risulta sia il caso dei 59 di Savona.

Allora mi domando se si tratti di una serie di pini “sfortunati”, oppure di una evidente loro reazione per la sopravvivenza, una estrema ma legittima lotta per frantumare il manto soffocante costruito dagli uomini.

Se così fosse, perché gli uomini, quelli titolati e colti in botanica non provano a rimuovere le probabili cause del problema (l'asfalto), invece che eliminare le vittime (i pini)?

Sembrerebbe ragionevole e conveniente sperimentare subito un tentativo di salvare i 59 pini di Savona, poiché il gioco varrebbe il rischio, in quanto il costo è relativamente limitato se confrontato al valore della perdita di un patrimonio alberato che da circa 5 decenni ripaga noi umani con un' aria più pura e una temperatura più vivibile, oltre all'ingente costo della totale sostituzione e abbattimento.

Si tratterebbe, eliminato l'asfalto, di riportare uno strato di terreno di modesto spessore, rifinendo il terreno anche se con un po' di pendenza verso l'esterno, compatibile con l'uso a parcheggio tra il corso e il controviale.

Se poi si volesse regolarizzare il terreno per non infangarsi, ci sono esempi di pavimentazioni possibili più o meno spesse ma “forate”, compatibili con la vita degli alberi, ai quali forse solo in pochissimi casi sarebbe necessario tagliare alcune radici.

Nel contempo sarebbe comunque realizzabile una sostituzione programmata e progressiva, a basso costo, soprattutto ambientale, degli alberi effettivamente poco sicuri dopo il tentativo di recupero.

Con i probabili risparmi, inoltre si potrebbe migliorare la salubrità dei cittadini e la sicurezza dei ciclisti ampliando sia la rete delle piste ciclabili sia le aree verdi piantumate, di cui la città è molto carente, rispetto ai livelli europei.

Nel frattempo consiglierei - in particolare agli scettici - una simile esplorazione in bicicletta, che a parte il rischio non trascurabile di incolumità che comporta nei tratti fuori dalle piste ciclabili, tuttavia oltre al beneficio psicofisico, aiuterebbe ad osservare e riflettere meglio grazie ai riconosciuti effetti corroboranti sul pensiero, grazie al noto beneficio “peripatetico” di antica memoria, ma con le ruote.

Giovanni Maina

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