Contromano13 maggio 2016 13:05

La voragine

Come si è costituito il deficit? Franco Astengo, politologo, promotore dell'associazione "A sinistra per Savona", ha criticato aspramente, negli anni, la "gestione PD" della città e oggi ci spiega, tramite suoi articoli usciti in diverse epoche storiche, cosa è realmente un titolo tossico, come e perché si forma un deficit di tale gravità come quello che ora pesa sulla nostra disgraziata Savona, quali sono le responsabilità delle Amministrazioni. Da leggere

La voragine

Riflessioni sull’ex sede della Banca d’Italia e Palazzo Pozzobonello per pagare spese correnti

 

Elezioni comunali a Savona e la vendita dei “gioielli di famiglia”

 

Tra interessi personali, interessi collettivi, prove di qualunquismo

 

E quanto ci stiamo rimettendo per i “titoli SWAP”a rischio?Chi ha firmato gli atti?

 

 

Savona - Nel corso della primavera 2011 dovrebbero essere convocate, a scadenza naturale, le elezioni per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio Comunale di Savona.

 

E' logico prevedere che si aprirà, tra tutte le forze attive presenti in città sul piano politico, economico, sociale, culturale, un forte dibattito attorno alle prospettive della nuova amministrazione.

 

 

 

Nell'occasione riteniamo sia importante stabilire alcuni punti di discussione per così dire propedeutici al dibattito vero e proprio: punti preliminari posti sia sul terreno generale della visione “politica” del ruolo degli Enti Locali, sia sul terreno più specifico della conduzione della Città, così come questa è stata portata avanti nel corso del mandato amministrativo che sta per scadere.

 

Premettendo che, in questa seconda parte, non svilupperemo un discorso di merito circa il giudizio da fornire sull'amministrazione uscente, né ci addentreremo in particolari di carattere programmatico (urbanistica, sviluppo economico, ambiente, rifiuti, organizzazione amministrativa e quant'altro): partiremo invece da un dettaglio, a nostro giudizio assolutamente decisivo, seguendo la teoria induttiva della “public choice”, la teoria, cioè, che si misura con il tema del rapporto tra interesse personale e interesse collettivo.

 

Andando per ordine, però, il primo punto riguarda la necessità che ci siano forze politiche capaci di schierarsi, in un frangente del genere, “controcorrente” rispetto alla deriva che sta assumendo il meccanismo del cosiddetto “federalismo”.

 

Occorrono forze capaci di schierarsi contro questo luogo comune, assunto – in passato – acriticamente in forma trasversale e che sta portando ad un vero e proprio “disfacimento” l'identità statuale del nostro Paese.

 

Ci troviamo in una situazione di secessione strisciante, di degrado culturale e morale di larghi settori della classe politica al centro come in periferia, di una pratica politica “estenuata” ed “estenuante”.

 

Di conseguenza, anche nell'occasione di una elezione locale come quella prevista a Savona, deve essere chiara la collocazione dei soggetti che intendono presentarsi al giudizio degli elettori attorno al punto del contrasto secco ad una ipotesi di federalismo che, attraverso i decreti delegati sul federalismo fiscale ed il cosiddetto “federalismo demaniale”, sta concretizzando ipotesi molto pericolose per l'autonomia degli Enti e la stessa unità nazionale, in un quadro di “deficit democratico” dell'Unione Europea che non può essere assolutamente dimenticato, così come non può essere sottovalutato il quadro complessivo di crisi economica all'interno del quale ci stiamo muovendo.

 

 

La protesta sui “tagli finanziari” attuati dal Governo con la recente manovra non può semplicemente essere basata su criteri meramente quantitativi (come hanno fatto le Associazioni degli Enti Locali e la stessa Conferenza Stato-Regioni), ma deve essere articolata su di un giudizio accurato sulla realtà che il procedere delle riforme sul terreno del decentramento dello Stato (prima fra tutte l'affrettata modifica del Titolo V della Costituzione varata dal centro-sinistra in conclusione della legislatura 2001-2006) hanno provocato, nello specifico dell'articolazione territoriale del rapporto Stato-Regioni- Province-Comuni (ad esempio, va coraggiosamente stilato un bilancio della realtà delle Regioni dal momento dell'elezione diretta dei Presidenti ad oggi: con un incremento vertiginoso della capacità di spesa, in particolare nel campo della sanità; capacità di spesa e potere di nomina i due punti sui quali dovremmo soffermare di più la nostra attenzione critica).

 

 

Non è possibile, a nostro modesto giudizio, affrontare una prova elettorale come quella riguardante un comune capoluogo come Savona senza affrontare, sul piano politico, questo tipo di temi (tanto più che dall'amministrazione uscente sono invece usciti segnali, portati avanti in forma abbastanza qualunquistica, di accondiscendenza ad una logica meramente quantitativa di taglio, tutto sommato, “leghista”).

 

Il secondo punto riguarda, invece, direttamente la realtà del Comune di Savona.

 

A nostro avviso, prima ancora di provare a cimentarsi con la prospettiva programmatica e la relativa scelta delle candidature i soggetti interessati dovrebbero reclamare, dall'amministrazione uscente, la realtà dei conti del bilancio comunale, in particolare attorno a tre punti:

 

a) le dismissioni, importanti, di proprietà comunali, come nel caso del palazzo della Banca d'Italia di Piazza Mameli, il cui incasso viene utilizzato per la gran parte per le spese correnti, anziché per investimenti (cediamo i gioielli di famiglia per pagare il panettiere sotto casa, in sostanza);

 

b) il bilancio che presenta come poste attive l'importo di vendite di altri gioielli di famiglia (l'eterno Palazzo Pozzobonello, ad esempio) che non sono venduti, ed i cui importi (di conseguenza) non sono mai stati incassati;

 

c)  la quantità esatta di titoli "a rischio" (i cosiddetti SWAP) presenti nel bilancio del Comune di Savona, con una relazione pubblica sull'andamento effettivo dei titoli (insomma, quanto sta rimettendo il Comune rispetto a questo tipo di operazioni?)

 

Ecco, questi ci appaiono essere i punti sui quali impostare una discussione seria che poi comprenda tutto il resto: alleanze, candidature, programma, e via dicendo.

 

Ricordando, infine, che in caso di crack dovrà essere chiaro che a risarcire dovrebbero essere chiamati a rispondere in solido gli amministratori e i funzionari che l'hanno provocato (nel caso degli SWAP ci saranno pure degli atti e dei contratti firmati da qualcuno).

 

Se poi tutto è stato sanato, meglio, ma non ci si venga a raccontare che questo modo di fare bilancio è frutto del moderno modello di “public management”: noi siamo fermi, e preferiamo, il vecchio modello burocratico/amministrativo di stampo weberiano.

 

Savona, 5 Ottobre 2010                                                

 

 

 

 

 ***  

ELEZIONI AMMINISTRATIVE: DIMENTICATA LA FINANZA LOCALE

 

Il Comune di Savona al 13° posto tra i capoluoghi per indebitamento

 

Il pericolo di aver investito in titoli “tossici” o Swap

 

Ma si parla solo di coalizione a sinistra e di “manifesti personali” nel centro destra

 

 

Savona - Domenica 15 Maggio e Lunedì 16 Maggio prossimi dovrebbe svolgersi una importante tornata di elezioni amministrative, con in ballo l'elezione di Sindaco e Consiglio Comunale in città come Torino, Milano, Bologna, Napoli: in questo lotto è compresa ancheSavona, i cui elettori saranno chiamati a confermare o meno l'uscente amministrazione di centrosinistra.

 

Dalle lettura dei giornali apprendiamo che sono in corso le grandi manovre tra i partiti, sul versante del centrosinistra con l'ipotesi di un ingresso nella coalizione della nuova formazione di Sinistra Ecologia e Libertà.

 

 

 


Il centrodestra, invece, appare impegnato ancora nella ricerca del candidato-Sindaco ed i papabili, nel frattempo, hanno già provveduto a stampare i propri manifesti personali, l'un contro l'altro contrapposti.

 

Dalla discussione in corso pare emergere che il nodo più importante del contendere, sotto l'aspetto programmatico, sia rappresentato dalle questioni urbanistiche ed in particolare da un giudizio di eccessiva “cementificazione” previsto da un Piano Urbanistico Comunale, arrivato in ritardo di vent'anni a sanzionare semplicemente ciò che era già stato fatto e deciso in un clima complessivo di “deregulation” che ha danneggiato gravemente le possibilità di sviluppo della Città, penalizzando le periferie e bloccando il centro con l'inserimento di edificazioni davvero negative (dal Porto all'ex-Astor, tanto per intenderci).

 

Il punto delle questioni urbanistiche è sicuramente importante, ma proveremmo a sviluppare anche un tentativo di dibattito su di un tema diverso che, a nostro avviso, nei prossimi anni diventerà assolutamente centrale e decisivo per l'andamento dell'amministrazione: quello del bilancio e della finanza locale.

 

Ci è già capitato di toccare l'argomento dal punto di vista del bilancio del Comune di Savona, ma ci sono altri sviluppi, sul piano generale, che sarà necessario affrontare con grande attenzione e che dovrebbero essere portati compiutamente al giudizio delle elettrici e degli elettori, dopo essere fatte oggetto di analisi e di proposta da parte delle forze politiche.

 

Una recente analisi pubblicata dal “Sole 24 Ore” ha fra l'altro precisato che il Comune di Savona risulta il tredicesimo comune italiano (tra i capoluoghi di provincia) per indebitamento: una posizione niente affatto invidiabile che si è realizzata mentre l'amministrazione comunale ha alienato un bene di grande valore come il palazzo della Banca d'Italia di Piazza Mameli impiegando il ricavato (a quanto pare) per i 2/3 nella spesa corrente.

 

Abbiamo già rivolto alcune domande, che non hanno avuti risposta e le ripetiamo: quale importo è inserito in bilancio quale posta attiva derivante dalla presunta (e non ancora avvenuta) vendita di immobili comunali (ad esempio palazzoPozzobonello), quanto ha investito il comune di Savona nei cosiddetti “titoli tossici” o SWAP, quel denaro è ancora lì impiegato e, eventualmente, qual'è la situazione reale dell'investimento?

 

Risposte che potrebbero chiarire e determinare qual'è davvero la situazione finanziaria in cui si trova il Comune di Savona.

A questi punti specifici se ne aggiungono altri che stanno per derivare dalla situazione nazionale: nella prossima tornata amministrativa, infatti, è prevedibile che entrerà in applicazione il cosiddetto (e famoso) federalismo fiscale.

 

Infatti, al di là dell'attuale situazione parlamentare, l'orientamento complessivo delle forze politiche fa pensare che si arriverà ad un esito in questa direzione più o meno simile a quello contenuto nel decreto bocciato (per via del regolamento del Senato, che “respinge” in caso di pareggio) nei giorni scorsi.

 

Qualcuno, all'interno del Palazzo Sisto IV, aveva commentato, al proposito proprio del federalismo fiscale e delle sue possibilità di applicazione: l'anno prossimo avremo 7 milioni di euro in più.

A parte il fatto che siamo di fronte davvero ad una dichiarazione incauta, la domanda è “chi pagherà gli eventuali 7 milioni in più a disposizione”.

 

Il DDL sul federalismo fiscale attualmente in discussione pone essenzialmente tre questioni, alle quali può aggiungersene un'altra.

 

Andando per ordine: i trasferimenti dello Stato saranno completamente aboliti e si procederà attraverso un meccanismo di “costi standard” dei servizi ( a partire, ad esempio, dai vigili e dall'amministrazione), sulla base dei quali i municipi avranno commisurate le risorse (il tutto dovrebbe andare a regime nel giro di tre anni): se si vorrà incrementare un determinato servizio, le strade saranno due, quella del “taglio” in altri settori oppure l'aumento delle tasse.

 

In secondo luogo ai comuni torneranno le tasse sugli immobili, esclusa la prima casa, includendo nella nuova IMU(aliquota allo 0,76%, la metà se l'immobile è affittato. A Savona c'è una buona parte del patrimonio immobiliare è sfitto, ma si tratta di verificare l'esattezza degli alloggi censiti e questo sarà un altro compito dell'amministrazione comunale) anche l'Irpef da fabbricato.

 

Il terzo aspetto riguarda la cosiddetta “imposta secondaria” (sulle attività commerciali).

 

I comuni avranno la possibilità di “manovrare” le aliquote:una quota non rilevante, ma significativa, dello 0,2%.

 

Su questo punto, su quello del patrimonio tassabile, sull'insieme di questa prospettiva le forze politiche che si candidano a governare la Città debbono dire una parola chiara ai cittadini, stipulando gli accordi e presentando i programmi: questo federalismo fiscale rischia, inoltre, di “schiacciare” ulteriormente attività produttive di dimensioni ridotte che in una situazione come quella savonese risulterebbe elemento fortemente negativo.

 

C'è poi un quarto punto: quello della cosiddetta “tassa di scopo”.

 

I comuni, infatti (in una dimensione che sarà quella del “gabelliere periferico” in una logica, non certo di federalismo, termine che dovrebbe essere abbandonato, ma al massimo di “decentramento fiscale”) potranno stabilire ulteriori livelli di tassazione finalizzati alla costruzione di determinate opere pubbliche (in una logica, se è consentito il termine, di “colletta”).

 

La “tassa di scopo” pone una questione fondamentale che accenniamo soltanto: quella della formazione democratica delle decisioni, in tempi di totale svilimento del ruolo del Consiglio Comunale (anche per la debole preparazione dei consiglieri, abituati ormai dalla logica della “governabilità” a considerarsi parte di “maggioranza” o di “minoranza” al di fuori dall'esercizio delle funzioni di indirizzo e di controllo previste dal Codice delle Autonomie Locali) e di abolizione delle circoscrizioni.

 

Abbiamo sollevato una sola questione, allo scopo di aprire un dibattito ed una riflessione: certo ci sono tanti altri temi a partire dall'effettiva collocazione del potere a Savona, del rapporto tra territorio e sviluppo, dal trovarsi fuori dal territorio comunale due questioni di grandissima portata come la piattaforma Maersk e il raddoppio della centrale Tirreno Power che pongono, anch'esse, ben al di là delle problematiche legate alla loro realizzazione sul piano ambientale, della salute dei cittadini, della reale redditività sul terreno occupazionale, delle garanzie industriali, il tema di fondo del coinvolgimento democratico.

 

E' necessario approfondire, varare proposte serie, vedere nel loro complesso tutte le questioni sul tappeto, al di là dell'urgenza di presentare candidati e schieramenti.

Savona, 18 Febbraio 2011                                                         

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La più grande incognita, nel discutere della vicenda del deficit pubblico e dei tentativi che – attraverso i tagli – il Governo cerca di compiere per fronteggiarlo – rimane, per la gran parte dell’opinione pubblica, il “come” questo deficit si sia formato, quali siano in realtà le spese che hanno portato a questa situazione, quali investimenti improduttivi siano stati compiuti: insomma sul deficit servirebbe la verità nel dettaglio, ed anche il movimento sotto quest’aspetto non appare avanzare una richiesta molto precisa, puntando di più a chiedere la rimozione o il parziale arretramento dei tagli imposti in questo o in quell’altro settore.

Cercheremo, attraverso questo intervento, di esporre un aspetto della formazione di questo deficit attraverso l’esposizione di dati riguardanti un preciso settore: quello degli Enti Locali, laddove la Lega Nord ha esercitato più fortemente la propria azione politica, rivendicando il merito dell’avanzarsi del federalismo, prima di tutto sotto l’aspetto fiscale.

 

Il nostro riferimento è stato rappresentato da una relazione della Corte dei Conti, al riguardo dell’acquisto da parte di Comune e Province di titoli messi sul mercato, in gran parte, da banche straniere e denominati “SWAP” e poi, più realisticamente “titolo tossico”.

 

I numeri di quest’operazione parlano di per sé. I giudici della Corte dei Conti non aggiungono commenti davanti all’esito dell’indagine condotta sull’uso dei derivati da parte dei Comuni e delle Province.

 

Un’inchiesta condotta attraverso una serie di audizioni che ha visto protagonisti moltissimi responsabili delle finanze degli Enti Locali.

 

L’augurio avanzato da tutti è stato quello di poter riuscire a chiudere questo tipo di contratti nel più breve tempo possibile.

 

Perché il danno materiale rischia di essere niente affatto trascurabile.

 

Basta dire che al 31 dicembre 2009 il risultato atteso (tecnicamente il mark to market depurato dei flussi finanziari realizzati fino a quella data) come conseguenza dei contratti di finanza derivata stipulata negli anni da Comuni e Province era negativo per oltre 885 milioni di Euro: 700 di competenza dei municipi e 185 delle amministrazioni provinciali.

 

Un vero e proprio fallimento di questa strategia: il ricorso a questi strumenti era stato autorizzato all’inizio del decennio scorso dal precedente governo Berlusconi, con l’intento di alleggerire la spesa per gli interessi per i debiti di Comuni, Province, Regioni.

 

Il bilancio che adesso ne ha tratto la Corte dei Conti non può certamente essere considerato lusinghiero.

 

Ecco i dati: si è verificato nel complesso un costo che va a gravare sulle finanze dei Comuni pari al 4,3% del valore nominale.

In alcune regioni questo valore s’impenna come in Piemonte (10,2%), nella Campania (10.16%), nella Basilicata (9.84%), nella Toscana (7,60%) in Liguria (5,88%: la statistica però non tiene conto della risoluzione del contratto vantaggiosamente realizzata dal Comune di Genova, in tempi molto recenti) e così via, fino agli Enti della Regione Lombardia dove il valore negativo si misura appena nello 0,64%.

 

Questo per i Comuni non va meglio per le Province, dove l’aggravio dell’indebitamento assume un valore medio ancora più elevato: 5,1%.

Spiega la Corte dei Conti: “ Nel caso delle province gli ambiti regionali in cui l’incidenza del valore finale del derivato, rispetto al valore nazionale, è più forte sono quelli del Lazio (8,34%), Piemonte(7,33%), Lombardia (7,19%).

 Il fatto è che l’uso dei derivati è stato lanciato in una fase in cui le amministrazioni comunali e provinciali, risultavano per lo più impreparate alla bisogna (si tratta di una valutazione contenuta sempre nella relazione della Corte dei Conti), affidate ad advisor talvolta in aperto e grave conflitto d’interesse; quando non direttamente agli stessi istituti di credito che proponevano loro gli strumenti di finanza creativa.

 Per giunta, alcuni contratti (82 per i soli Comuni, pari all’8,6% del totale) sono sottoposti a una “giurisdizione non italiana”.

 Scrivono a questo proposito i magistrati contabili: “A parte i problemi di diritto internazionale privato e l’oggettiva difficoltà di conoscenza della legislazione e giurisprudenza di un Paese straniero, nell’eventualità di un contenzioso l’ente dovrebbe accollarsi maggiori oneri e rischi e questo certamente non risponde a principi di sana amministrazione”.

 Il risultato è che dei 965 contratti di derivati siglati da 655 Comuni, ben 688 cioè il 71,3% del totale aveva, alla fine del 2009 un segno negativo (pensiamo per quel che riguarda il 2010, agli effetti della crisi economica.).

 Non c’è una sola Regione, nella quale siano stati stipulati questi accordi bancari da parte dei Sindaci, che vanti a tutt’oggi un esito positivo degli stessi.

 Il volume di debito coinvolto in contratti di finanza derivata per i soli Comuni, ammonta a 16,3 miliardi di euro: un quarto dell’intera esposizione comunale.

 Il record si riscontra nella Regione Lazio, con 3 miliardi 894 milioni seguita dalla Lombardia con 2 miliardi 141 milioni.

 Veniamo alle Province: su 121 contratti stipulati dalle Province, quelli con segno negativo sono 97: l’80.16%.

 In testa a tutti c’è la Lombardia, i cui enti provinciali rischiano di rimetterci 76 milioni.

 Quasi inevitabile che in una situazione del genere si cercasse di correre ai ripari, con l’estinzione anticipata degli accordi con le banche.

 Finora si è riusciti a farlo soltanto in 314 casi: 296 Comuni e 18 Province.

 In sostanza si può ben affermare che i derivati dovevano proteggere gli investimenti, ma nella maggioranza dei casi il risultato è stato esattamente il contrario.

 Il risultato è stato, quindi, quello di un allargamento del deficit in una dimensione che minaccia di risultare particolarmente considerevole: l’operato dei giudici della Corte dei Conti può ben essere indicato come un esempio di tentativo di far chiarezza che dovrebbe essere realizzato anche in tanti altri settori.

 Savona, 22 ottobre 2011

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Franco Astengo

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